Diritto all’oblio


Quand’è che abbiamo dimenticato il diritto all’oblio? Oggi, nella Rete, il diritto ad essere dimenticati è una battaglia ma non è sempre stato così. C’era un tempo, in un’altra era (informatica, che saranno neanche vent’anni), dove tutti erano coscienti della struttura della internet e del fatto intrinseco che essa era stata creata per “non dimenticare”: utile in ambito militare, pericoloso forse in ambito civile. Allora ci si autotutelava: come? Con l’anonimato, quello semplice ed alla portata di tutti, senza scomodare proxy e protocolli di cifratura.

Pochi anni fa il web era popolato di parole, avatar e miti. Si possedeva il diritto di sbagliare e se l’errore fosse stato tale da non poter essere rimosso da una community, ci sarebbe stata pur sempre un’ultima possibilità: tagliare il cordone ombelicale che ci legava all’avatar stesso e la nostra vita nel mondo reale non sarebbe cambiata.

In realtà, i motivi per cessare di alimentare un certo avatar sarebbero potuti essere molteplici. Il semplice fatto di voler smettere sarebbe stata una giustificazione più che rispettabile ma avrebbero potuto essercene altre cento e tutte, alla fine, avrebbero portato non alla cancellazione dell’avatar ma alla nostra dissociazione da esso. A quel punto l’avatar, che non aveva mai varcato la soglia della realtà tangibile, sarebbe stato impossibilitato ad inseguirci e noi avremmo continuato a vivere con serenità ma come si fa quando il nickname è il nostro vero nome e l’avatar la nostra faccia? Abbiamo lo stesso livello identificativo del mondo reale ma senza le limitazioni spaziotemporali di questo. Un singolo errore, nel suddetto contesto (identità reale in mondo virtuale), può continuare a perseguitarci per una generazione informatica come per tutta la vita ed anche oltre perché non si gioca con il vicinato ma col mondo, non si gioca con la labile memoria umana ma con l’illimitata replicabilità di una informazione digitale e con la potentissima capacità di ricerca che il web ci mette a disposizione (nel bene e nel male).

Ma dove nasce il problema in cui il giudizio di un pubblico in rete può arrivare ad influenzare la nostra vita reale? Nasce esattamente nell’unica piazza dove siamo tenuti a mettere il nostro nome e la nostra faccia a disposizione del pubblico: i social network.

Forse è il caso che la gente si riappropri di Internet uscendo dalla mentalità di “tutto è social”? I social sono la cruna dell’ago posta sul web che tutti conosciamo, che è a sua volta la punta dell’iceberg di quel sistema di computer e connessioni che forma la Internet. La cosa bella è che al di fuori dei social c’è un mondo di chat, forum web, bbs e tanti altri servizi che funzionano esattamente come prima: o si è collegati alla Rete o si è collegati al mondo reale e le due realtà (virtuale e tangibile) non si sovrappongono mai, si possono sfiorare certo ma non confondersi.

Ovviamente lungi da me demonizzare i social network ma il concetto di “non esporre ciò che non mostreresti al mondo intero” è molto meno sentito in un ambiente virtuale che fornisce il falso schermo del monitor unendolo ad un circondario di effettivi conoscenti che ti fanno sentire al sicuro,  come se fossi al bar sotto casa. Quando a questo eccesso di fiducia si unisce una mancata conoscenza del mezzo su cui si comunica, tutto rischia di scaturire in una specie di reality show diffuso da cui non sempre si emerge con un sentimento di positività generale ed in tal caso non tutti hanno gli anticorpi per fronteggiare una crisi virtuale che invade la vita reale.

Accortezza è quel che serve, non proibizione e demonizzazione perché il raziocinio è la qualità che distingue un utensile da un’arma impropria: vale per un coltello, per un bastone, per Internet.

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